Giustizia minorile e repressione: quale futuro per i giovani?

di Francesco Andriolo

Avvocato, Presidente ADU Palermo, membro di Giunta ADU Italia

 

Negli ultimi tempi, la questione della criminalità e della sicurezza urbana è diventata un argomento all’ordine del giorno sui quotidiani nazionali, con un’attenzione particolarmente marcata rivolta alle regioni del Centro e Nord Italia. Episodi di microcriminalità e devianza giovanile riempiono con frequenza le pagine di cronaca, alimentando un dibattito sempre più acceso sulle contromisure da adottare.

In questo contesto si inserisce il recente disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri, che punta a modificare la disciplina di cui all’articolo 98 del codice penale relativa all’imputabilità dei minori. La novità fondamentale riguarda l’inversione dell’onere della prova in merito alla capacità di intendere e di volere dei ragazzi compresi tra i 14 e i 18 anni, introducendo una presunzione relativa di imputabilità.

Sul tema è intervenuta con fermezza Save the Children, esprimendo forte preoccupazione per le possibili conseguenze di un approccio rigidamente punitivo:

«La violenza giovanile rappresenta una sfida complessa che non può essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti. Considerare di regola imputabile un minore ultraquattordicenne rischia di trasmettere un messaggio rischioso: che la risposta penale agli errori degli adolescenti debba essere uguale a quella degli adulti.»

L‘organizzazione ha inoltre richiamato i dati statistici relativi alle sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità nei confronti dei minori tra i 14 e i 18 anni, il cui numero è nettamente calato nel corso degli ultimi vent’anni, passando da 256 casi nel 2004 ad appena 60 nel 2024.

Resta tuttavia da chiedersi se una simile modifica legislativa possa davvero costituire uno strumento efficace per arginare le cause profonde del disagio giovanile o se rischi di rivelarsi l’ennesimo intervento formale incapace di incidere sulla realtà dei fatti.