di Francesco Andriolo
Avvocato, Presidente ADU Palermo, membro di Giunta ADU Italia
C’era una volta il SIAMM-ARSPG. Un acronimo che sembrava il nome di una divinità mesopotamica minore, ma che per anni ha gestito le spese di giustizia italiane. Era lento, obsoleto e visivamente fermo all’era del modem a 56k, ma aveva un difetto imperdonabile per la burocrazia moderna: ogni tanto funzionava, o quantomeno permetteva all’umana comprensione di un cancelliere di correggere un refuso prima di mandare in rovina una pratica.
Poi, dal 1° luglio 2026, è arrivata la svolta: SPEdiGIUS. Un nome che evoca velocissimi incantesimi alla Harry Potter, introdotto dal Ministero della Giustizia come il messia della digital transition. L’obiettivo dichiarato? Eliminare la carta, uniformare le prassi, cancellare gli errori e regalare al Paese una gestione integrata, moderna ed efficiente.
I risultati di questa titanica impresa dopo le prime settimane? Sublimi. L’algoritmo di SPEdiGIUS è stato dotato di un rigore etico-morale incrollabile. Se prima la cancelleria interveniva con buonsenso per aggiustare una virgola o un codice fiscale disallineato, oggi SPEdiGIUS non perdona: rigetto automatico immediato. Il sistema difende la coerenza dei dati con la stessa spietata intransigenza di un guardiano medievale.
Ma la vera genialità del nuovo portale risiede nella gestione della comunicazione — o meglio, nella sua totale eliminazione. Quando SPEdiGIUS respinge un’istanza, lo fa in perfetto e rispettoso silenzio: niente PEC, niente email, nessun avviso visivo. Lo studio legale, convertito ormai in una centrale di monitoraggio h24, deve dedicare un avvocato d’assalto al solo compito di aggiornare compulsivamente la pagina del portale alla ricerca di un update.
E la motivazione del rigetto? Criptica come un oracolo greco. Il sistema fa sapere che la domanda è stata rifiutata, ma senza specificare il perché. Non solo: la funzione di “duplicazione” dell’istanza respinta non è stata prevista. Dunque, di fronte a un errore sconosciuto, il professionista è chiamato a reinserire tutti i dati da capo, allegato per allegato, ricominciando da zero in un eterno mito di Sisifo in salsa digitale.
A questo quadro di straordinaria efficienza, si aggiungono le pratiche SIAMM evaporate durante la migrazione, lo storico “Modello 33” consegnato alla memoria d’archivio e le pratiche smarrite nei meandri dei registri generali di fase.
Ancora una volta si dimostra un principio aureo della nostra Italica Genialità: spesso le riforme nascono scortate dalle più nobili e radiose intenzioni, ma finiscono quasi sempre per rendere immensamente più difficoltoso proprio ciò che si erano prefissate di migliorare. La digitalizzazione è un bene prezioso, certo; ma finché scambieremo la rigidità di un algoritmo per efficienza, la vera “spesa di giustizia” continuerà a essere pagata in fegato e ore di sonno dagli operatori del settore.