di Simona Staffieri (Avvocato, componente della Commissione Informatizzazione, Intelligenza Artificiale e Processo Penale Telematico e membro di Giunta di ADU Italia)
Il recente Rapporto sull’Avvocatura 2026, redatto da Cassa Forense in collaborazione con il Censis, fotografa un dato strutturale: oltre la metà degli avvocati italiani ha ormai integrato stabilmente l’Intelligenza Artificiale nella propria routine di studio. La ricerca giurisprudenziale rapida, lo smart drafting degli atti e l’analisi predittiva dei trend decisionali sono passati dall’essere suggestioni futuristiche a strumenti quotidiani di lavoro.
Tuttavia, proprio mentre il disegno di legge delega di riforma dell’ordinamento forense ridisegna i confini della professione e punta sulla digitalizzazione, sorge un interrogativo etico e deontologico che colpisce dritto al cuore la funzione costituzionale della difesa, in particolare quella d’ufficio.
Cresce, e non a caso, la percentuale di colleghi (salita a quasi il 15% nell’ultimo anno) che guarda all’impatto dell’IA con preoccupazione. Non si tratta di una sterile resistenza luddistica al cambiamento, ma della consapevolezza di un rischio sistemico: l’illusione della sostituibilità. Se il cittadino – o peggio, il legislatore – si convince che la complessità del diritto possa essere risolta da un output automatizzato o da una giustizia predittiva standardizzata, a pagare il prezzo più alto saranno i diritti delle fasce più deboli.
La difesa d’ufficio opera spesso in una dimensione di urgenza, marginalità sociale e complessità umana. L’AI analizza il passato, calcola medie statistiche e standardizza i comportamenti; non può, per sua natura, cogliere l’eccezionalità del caso concreto, l’intuizione difensiva che scardina il precedente, né l’umanità e il dramma che si celano dietro un fascicolo penale.
Come avvocati dell’Associazione, la nostra sfida nel 2026 non è rifiutare la tecnologia, ma governarla. L’IA può essere un eccellente assistente per livellare l’asimmetria informativa e velocizzare la burocrazia di studio, ma il monopolio del giudizio critico, della responsabilità deontologica e della relazione fiduciaria deve rimanere saldamente in mano umana.
La qualità del patrocinio a spese dello Stato e della difesa d’ufficio si misura sulla capacità di garantire un giusto processo individualizzato. L’intelligenza artificiale ottimizza i processi; l’avvocato garantisce i diritti. Ed è una differenza che nessuna stringa di codice potrà mai colmare.