di Stefano Sassano
Vice Presidente ADU ITALIA con delega all’esecuzione penale, condizione dei detenuti e delle persone private della libertà
Il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, intitolato “Tutto chiuso”, è stato presentato il 19 maggio 2026 dopo 102 visite di monitoraggio negli istituti penitenziari di tutta la penisola. Il titolo non è una metafora: descrive un sistema che si è ripiegato su sé stesso, sempre più refrattario all’apertura verso la società esterna e al trattamento rieducativo.
In data 5.8.2026 è stato pubblicato l’aggiornamento relativo ai primi sei mesi del 2026 che porta il numero dei detenuti attualmente nelle carceri italiane a 64.741 detenuti con 38 suicidi al 5.8.2026 e temperature infernali dovute alle ripetute ondate di caldo che hanno colpito l’Italia
A tre mesi dalla pubblicazione del XXII Rapporto di Antigone — intitolato emblematicamente Tutto chiuso — il nuovo rapporto di metà anno dell’associazione, diffuso ieri, non lascia spazio a letture rassicuranti: la situazione delle carceri italiane non solo non è migliorata, ma ha continuato a deteriorarsi lungo tutte le direttrici già tracciate. E mentre il sistema penitenziario collassa sotto il peso di numeri insostenibili e temperature estive che trasformano le celle in trappole senza refrigerio, dalla magistratura di sorveglianza abruzzese e dall’Ordine degli Avvocati di Pescara arriva un appello formale all’Avvocatura perché si faccia promotrice verso le istituzioni per un nuovo indulto, modellato sulla legge 31 luglio 2006, n. 241.
Al 28 luglio 2026 le persone detenute nelle carceri italiane erano 64.741, a fronte di una capienza regolamentare di 51.220 posti. Ma il dato che fotografa la realtà effettiva è un altro: i posti realmente disponibili sono 46.343, perché 4.877 risultano indisponibili. Il tasso medio di affollamento reale ha così raggiunto il 139,7%, con punte drammatiche in cinque regioni che superano il 150%: Puglia (180,4%), Molise (165,9%), Basilicata (162,5%), Lombardia (157,9%) e Friuli-Venezia Giulia (152%).
In sei istituti i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili: Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%), Latina (220,8%), Foggia (219,9%), Lodi (209,3%), Brescia Canton Mombello (202,7%). Gli istituti con affollamento superiore al 180% sono ormai 25. Numeri che non si vedevano dal 2013, l’anno della condanna all’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella storica sentenza Torreggiani per condizioni di detenzione inumane e degradanti.
E i rimedi compensativi introdotti proprio dopo quella condanna — gli artt. 35-bis e 35-ter dell’ordinamento penitenziario — non arginano l’emergenza: nel 2025 sono state accolte 6.539 ordinanze per condizioni inumane e degradanti, in aumento del 12% rispetto alle 5.837 del 2024.
Il rapporto di metà anno dedica una sezione ampia e dettagliata alle condizioni materiali della detenzione nei mesi estivi, e il quadro che emerge è quello di un sistema al collasso logistico e umanitario.
Nelle celle le temperature superano regolarmente i 40 gradi, in assenza quasi totale di condizionatori e con una cronica carenza di ventilatori. A Rebibbia Femminile, nel reparto Camerotti, si arriva a 5 persone in camere destinate a 3. A San Vittore la morsa del caldo è particolarmente accentuata agli ultimi piani. A Bancali (Sassari) i detenuti hanno spostato i materassi sul pavimento nella speranza di trovare un po’ di refrigerio. All’IPM di Palermo la prassi serale di chiudere contemporaneamente grata interna e porta blindata blocca ogni ricircolo d’aria.
La gestione dei frigoriferi è un capitolo a sé. La Circolare DAP del 23 aprile 2026 ha imposto la collocazione dei frigoriferi esclusivamente in locali comuni, con accesso mediato dal personale di polizia penitenziaria. A Rebibbia Femminile le detenute devono ricorrere all’intermediazione di una lavorante per accedere all’unico frigorifero comune. A Milano Opera c’è un solo frigorifero per un intero reparto. A Matera i frigoriferi sono totalmente assenti nelle celle.
Il regime di custodia chiusa, applicato a oltre il 60% della popolazione detenuta, aggrava ulteriormente la situazione: le ore d’aria si svolgono nelle ore più calde, spingendo molti detenuti a rinunciarvi e a restare in cella. A Napoli Poggioreale i passeggi si tengono in cortili privi di protezioni per il sole. A Cagliari Uta e in molti altri istituti le attività trattamentali sono sospese per la pausa estiva.
A tutto questo si sommano carenze igienico-sanitarie diffuse: proliferazione di cimici da letto a Venezia, Monza e Pisa; interruzione del servizio idrico al quarto piano del secondo reparto di Milano Opera; acqua giallastra dai rubinetti a Trapani; muffa e ruggine diffuse; docce comuni insufficienti — a Ferrara solo 2 docce per oltre 50 persone nelle sezioni di media sicurezza.
Il dato più drammatico è quello dei suicidi: 38 persone si sono tolte la vita in carcere tra gennaio e il 2 agosto 2026. Trentuno gli istituti coinvolti. La più giovane aveva 21 anni, il più anziano 73. Tre erano donne, tutte sotto i 33 anni. La metà delle vittime — 19 su 38 — erano persone straniere, che pure rappresentano solo il 31% della popolazione detenuta.
Questi numeri si inseriscono in una tendenza ormai consolidata. Nel 2025 i suicidi erano stati 82, e a maggio 2026 il XXII Rapporto ne contava già 25. In meno di un anno e mezzo sono morte suicide 106 persone detenute.
L’Osservatorio di Antigone ha rilevato che il 9,3% delle persone detenute presenta diagnosi psichiatriche gravi; il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi; il 46% assume sedativi o ipnotici. Ogni 100 detenuti si registrano in media 26,5 atti autolesivi (in aumento rispetto ai 22,3 della rilevazione precedente). E tutto questo in un contesto di carenza drammatica di personale sanitario: ogni 100 detenuti, gli psichiatri sono presenti per appena 6,5 ore settimanali e gli psicologi per 16,6.
Manca il 15,39% delle unità di Polizia Penitenziaria previste in pianta organica, con un rapporto effettivo di 2 detenuti per ogni agente a fronte di una previsione di 1,5. Il personale amministrativo è sotto organico del 17,77%. Gli educatori sono 932 su 1.036 previsti, con una media nazionale di 69,5 detenuti per ciascun funzionario e punte drammatiche come Verona, dove il rapporto sale a 152,2 detenuti per educatore.
Questa carenza si ripercuote direttamente sui diritti delle persone detenute: tempi dilatati per le visite mediche esterne per difficoltà nell’organizzare le scorte, risposte tardive alle richieste di benefici penitenziari e di misure alternative.
Il rapporto di metà anno conferma ciò che il XXII Rapporto aveva già denunciato a maggio: le politiche dell’attuale esecutivo, improntate a un progressivo inasprimento punitivo, hanno aggravato la crisi invece di alleviarla.
La riforma Cartabia (d.lgs. 150/2022) — che aveva introdotto misure deflattive significative come il potenziamento delle pene sostitutive e la semplificazione dell’accesso alle misure alternative — è stata di fatto sterilizzata già nell’ottobre 2022, quando il primo decreto-legge del governo Meloni ne rinviò l’entrata in vigore con l’esplicita volontà di evitare quello che fu definito uno «svuota-carceri».
Da allora il governo ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Tra i provvedimenti più significativi: Decreto Rave, Decreto Cutro, Decreto Caivano, due Decreti Sicurezza, legge sull’omicidio stradale, legge sulla cyber sicurezza. L’ultimo pacchetto, annunciato nei comunicati del Consiglio dei Ministri n. 181 e 182, prevede ulteriori aggravanti comuni, procedibilità d’ufficio per le lesioni agli agenti, arresto in flagranza differita per danneggiamenti di gruppo e una modifica dell’art. 98 c.p. con presunzione relativa di capacità di intendere e volere per i minori tra 14 e 18 anni.
Il Decreto Carceri (d.l. 92/2024), pensato per risolvere il sovraffollamento, ha fallito tutti gli obiettivi: al 30 giugno 2024 i detenuti erano 61.480, al 30 giugno 2025 erano 62.728, al 28 luglio 2026 sono 64.741 — con un aumento di 2.013 persone rispetto all’anno precedente.
La task force per le misure alternative, annunciata a settembre 2025 con la promessa di far uscire circa 10.000 persone con pene residue sotto i 24 mesi, non ha prodotto alcun risultato. Le strutture residenziali per detenuti privi di domicilio, previste dal D.M. 128/2025, non saranno operative prima del 2027.
Sul fronte dell’edilizia penitenziaria, il piano annunciato dal governo nel luglio 2025 — che prometteva 10.000 nuovi posti entro il 2027 — ha finora prodotto l’effetto opposto: i posti effettivamente disponibili sono diminuiti di 424 unità.
E mentre il sistema si satura, le misure alternative — l’unico strumento che ha dimostrato di ridurre la recidiva — continuano a calare: -7% nel primo semestre 2026.
Non sorprende, in questo quadro, che la recidiva resti oltre il 60% e che solo il 40,8% delle persone detenute sia alla prima carcerazione.
Il 16 giugno 2026 il Tribunale di Firenze ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano per violazione del Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro: «mancanza delle condizioni igieniche, di abitabilità e di sicurezza obbligatorie per i luoghi di lavoro». Un provvedimento senza precedenti nella storia recente del sistema penitenziario.
Oltre 200 detenuti sono stati trasferiti in altre carceri toscane già sovraffollate. A quel punto il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria della Toscana ha emanato una circolare che invitava i direttori a superare i limiti di capienza, spingendosi, se necessario, «anche oltre, adottando ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra». Solo le critiche sollevate da più parti hanno costretto il Prap a un parziale dietrofront: la nota è stata annullata per un presunto «refuso», ma l’indicazione di superare le capienze regolamentari è rimasta.
Intanto, il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha sollevato una questione di legittimità costituzionale sugli artt. 147 c.p. e 47-ter o.p., chiedendo alla Consulta di valutare se l’ordinamento debba garantire il differimento della pena quando questa viene eseguita in condizioni contrarie alla dignità della persona. L’udienza pubblica è fissata per il 22 settembre 2026.
L’iniziativa raccoglie le sollecitazioni emerse nell’incontro pubblico del 10 luglio 2026 presso il Tribunale di Pescara, organizzato da NAD e ADU in collaborazione con Antigone, e nella successiva visita alla Casa Circondariale di Pescara del 23 luglio, a cui hanno partecipato il Consiglio dell’Ordine per il tramite della Commissione ordine esecuzione penale e condizione dei detenuti, il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di L’Aquila, i magistrati dell’Ufficio di Sorveglianza di Pescara e le associazioni impegnate nella tutela della dignità delle persone detenute.
I dati del territorio abruzzese sono eloquenti: al 31 maggio 2026 i detenuti in Abruzzo erano 2.356, con un incremento del 14,9% nel solo 2026 e prossimo al 25% rispetto al luglio 2022. La Casa Circondariale di Pescara, con una capienza regolamentare di 276 posti (di cui circa 60 non disponibili), ospita tra le 396 e le 401 persone, con un indice di sovraffollamento del 43%. A questo si aggiunge la persistente carenza di organico che affligge il Tribunale di Sorveglianza di L’Aquila e l’Ufficio di Sorveglianza di Pescara.
L’istanza chiede un provvedimento che riproduca il modello della legge 31 luglio 2006, n. 241, con:
La richiesta della maggioranza qualificata dei due terzi, prevista dall’art. 79 della Costituzione, garantirebbe che il provvedimento sia frutto di un’ampia condivisione parlamentare e non di una maggioranza contingente.
Il modello del 2006 viene richiamato non come precedente amministrativo ma come unico strumento, tra quelli sin qui adottati dal legislatore, capace di produrre un effetto deflattivo immediato e misurabile sulla popolazione detenuta, contemperandolo con adeguate cautele di sistema: misura contenuta della riduzione di pena, meccanismo di revoca in caso di recidiva qualificata, esclusioni oggettive per i reati di maggiore gravità, ampia condivisione parlamentare.
Il quadro che emerge dall’integrazione dei tre documenti — il XXII Rapporto di maggio, il rapporto di metà anno e l’appello della magistratura abruzzese — è quello di un sistema penitenziario che si è allontanato progressivamente dall’orizzonte tracciato dall’art. 27, comma 3, della Costituzione.
La tensione tra funzione securitaria e funzione rieducativa della pena non è mai stata così acuta. Le conseguenze sono misurabili: 64.741 detenuti in 46.343 posti, 38 suicidi in sette mesi, un detenuto su quattro che compie atti di autolesionismo, quasi metà della popolazione che ricorre a psicofarmaci, misure alternative in calo, recidiva oltre il 60%.
Il carcere, come aveva sintetizzato Antigone a maggio, è sempre più «tutto chiuso». Chiuso alla società esterna, chiuso alle attività trattamentali, chiuso ai percorsi di reinserimento. E i numeri di metà anno, con l’estate che trasforma le celle in forni e le proteste che si moltiplicano nonostante il nuovo reato di rivolta penitenziaria, confermano che senza un intervento strutturale e immediato — di cui l’indulto potrebbe essere il primo, indispensabile tassello — il sistema continuerà a produrre sofferenza, esclusione sociale e, in ultima analisi, più insicurezza per tutti.
Clicca qui per scaricare il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, intitolato “Tutto chiuso”